Una notte al Mondo Blu

scritto da ele_rubi
Scritto Ieri • Pubblicato 16 ore fa • Revisionato 16 ore fa
0 0 0

Autore del testo

Immagine di ele_rubi
Autore del testo ele_rubi
Immagine di ele_rubi
Due amiche, un locale, l'ultima notte di un'adolescenza.
- Nota dell'autore ele_rubi

Testo: Una notte al Mondo Blu
di ele_rubi

Greta aveva diciannove anni e una sensazione co­stante di arrivare sempre dopo le cose.

Non dopo gli eventi.

Dopo il loro senso.

Il Mondo Blu era un locale in periferia, un capannone che da fuori trasudava ancora il suo fa­scino industriale, con le serrande sporche e le scrit­te vecchie sopra il metallo.

Dentro faceva un caldo infernale anche se era inverno.

Il calore non era uniforme: si addensava vici­no al bar, si rompeva davanti alle porte, restava so­speso sulla pista, quasi fosse una nuvola che non avesse deciso dove stare, attaccandosi ai vestiti senza lasciarli più.

La musica rock arrivava a pezzi, come se qualcuno avesse tagliato le canzoni per poi ricucir­le male.

Greta era lì con Valentina “la Rasta”.

Vale non aveva più davvero i rasta, ma il so­prannome le si era incollato addosso, proprio come il caldo e i ragazzi.

Rideva sempre mentre parlava, anche quan­do non c’era niente da ridere.

Greta le stava accanto senza doverla rincorrere.

Questo le piaceva.

Le avevano portate lì due ragazzi.

Uno era l’ex compagno di classe di Greta.

Quello col berretto.

Non era cambiato un granché dall’anno prima.

Era solo meno rigido.

Greta lo aveva osservato per anni senza mai capirlo.

Non era stata una cosa romantica, quell’attenzione.

Era più fastidio.

Come quando si continua a toccare un livido perché non si è certi se faccia ancora male o no.

Gli aveva scritto messaggi a intervalli strani.

A volte cose lunghe che poi cancellava.

A volte solo dei ci sei?

Non aveva mai ricevuto una risposta che le sembrasse davvero conclusiva.

E questo, invece di farla smettere, le aveva dato un ritmo.

Il secondo ragazzo era l’amico.

Occhiali spessi, montatura nera.

Faccia larga.

Quando rideva gli si aprivano le fossette come tagli puliti.

Parlava troppo.

Non in modo fastidioso.

In modo automatico.

Come se il silenzio fosse una cosa che pote­va scivolare dentro e fare male.

Nel locale, i corpi delle persone si muoveva­no senza un disegno chiaro.

Non era ballare.

Era stare in mezzo al rumore.

Valentina si era già avvicinata al bancone.

Greta la seguì.

Qualcuno le sfiorò la spalla passando.

Non si girò.

Non serviva.

Un ragazzo le offrì da bere.

Lei accettò senza pensarci.

Il bicchiere era freddo e appiccicoso.

Bevve.

Il gusto era troppo dolce.

Valentina baciò un ragazzo.

Non c’era preparazione.

Non c’era contesto.

Lingua subito.

La cosa durò pochi secondi, poi lei si divincolò con educazione.

Greta la guardò mentre succedeva.

Senza sorpresa.

Senza scandalo.

Poi fece lo stesso con uno sconosciuto.

Non lo scelse davvero.

Successe.

Il ragazzo aveva l’alito caldo e un modo di cingerle il viso come se fosse una preda da tenere ferma.

Greta sentì il proprio corpo rispondere prima della testa.

Non c’era storia. Solo contatto.

E il rumore del locale che continuava sopra di loro.

Quando si staccò, lui sorrise come a chieder­le se fosse andata bene.

Greta pensò che non aveva fatto niente di importante.

E proprio per questo le sarebbe rimasto addosso.

Più tardi il locale sembrò riempirsi.

O forse erano loro più stanche.

Valentina spariva e ricompariva senza spie­gazioni.

Il ragazzo con le fossette offriva da bere a chiunque.

Anche a gente che non lo ascoltava.

Rideva da solo a metà delle frasi.

L’ex compagno di classe di Greta era sempre vicino al muro.

Berretto in testa.

Mani in tasca.

Non sembrava in difficoltà.

Sembrava semplicemente fuori dal flusso.

Ogni tanto lei lo vedeva guardarla.

Non a lungo.

Solo un secondo di troppo.

Poi lo sguardo gli cadeva via, come se non riuscisse a controllarlo.

Quella cosa le dava fastidio.

E insieme le dava una specie di attenzione diversa.

Non curiosità.

Non interesse.

Più simile alla sensazione che qualcuno stesse cer­cando di chiederle aiuto.

A un certo punto Greta si accorse che non stava davvero partecipando alla serata.

Era dentro, ma non agganciata.

Si sentiva stranamente più affine a lui che al resto del locale.

Valentina tornò vicino al bancone.

Si accostò e le parlò all’orecchio:

«Mi sto annoiando.»

Greta rise appena.

«Anch’io.»

«Ma restiamo.»

«Sì.»

Non era una decisione.

Era più un comandamento.

Il ragazzo con le fossette le offrì ancora da bere.

Greta lo prese.

Non perché lo volesse davvero.

Ma perché dire no avrebbe interrotto qualcosa.

E quella sera le interruzioni sembravano più faticose degli eccessi.

Bevve piano.

Guardando oltre il bicchiere.

Vide di nuovo lui.

Il berretto.

Sempre nello stesso punto.

E per un attimo pensò una cosa semplice, quasi fisica: che lui sembrava uno che non sapeva dove mettere le mani quando non stava da solo.

Mentre lei invece lo sapeva fin troppo bene.

Valentina la tirò per il braccio.

«Andiamo fuori,» disse.

Uscirono nel parcheggio.

L’aria fredda le colpì subito il viso.

Il contrasto con il locale era quasi violento.

Le luci del Mondo Blu restavano dietro come un rumore colorato.

Valentina accese una sigaretta.

«Lì dentro dopo un po’ ti svuota.»

Greta inspirò il fumo.

«Anche qui fuori.»

Valentina rise piano.

Silenzio.

Non imbarazzo.

Solo contemplazione.

Greta guardò il parcheggio.

Le macchine ferme e impolverate.

Le persone che uscivano a gruppi.

Le risate troppo alte che si spegnevano nel freddo.

Sentì una cosa senza riuscire a darle un nome: non era stanchezza.

E nemmeno noia.

Era la sensazione che tutto ciò che stava fa­cendo non stesse andando da nessuna parte, ma nemmeno si stesse fermando.

Solo continuava.

L’aria, intanto, si faceva sempre più fredda.

Non era solo temperatura.

Era come se il corpo di Greta ricordasse im­provvisamente di avere una pelle.

Valentina fumava appoggiata al muro del lo­cale, la sigaretta stretta tra le labbra le faceva lacri­mare gli occhi.

Ogni tanto rideva da sola, senza motivo.

«Hai deciso poi che fare?» domandò.

Greta inspirò il fumo e scosse il capo.

L’amica la guardò di traverso, come se quel gesto fosse più interessante del previsto.

«No?»

Greta fece spallucce.

«È tutto un po’ così.»

Non finì la frase.

Non le serviva.

Dentro, la musica continuava a filtrare attra­verso le pareti del capannone, più debole ma anco­ra presente, come un battito che non smetteva del tutto.

Anche Greta si appoggiò al muro.

Sentiva il freddo salire dalle gambe.

Non le dispiaceva.

Le sembrava più vero del caldo di dentro.

Ogni tanto vedeva lui.

Il berretto.

Stava con l’altro ragazzo, quello delle fosset­te, vicino all’ingresso.

Uno parlava. Tanto.

Rideva anche.

L’altro invece rispondeva a gesti, ma ascolta­va come se fosse normale.

Greta li guardò senza avvicinarsi subito.

C’era qualcosa di strano in quella scena che non riusciva a nominare.

Non era gelosia.

Non era nemmeno nostalgia.

Era più una specie di ritardo.

Come se li conoscesse da un’altra versione della serata.

Valentina le diede una gomitata leggera.

«Quello ti guarda sempre.»

Lei non chiese chi.

Non serviva.

«Vuoi fartelo?»

Valentina sorrise.

Greta non replicò.

Passò qualche minuto.

Poi Greta si staccò dal muro.

Non lo decise davvero.

Successe.

Attraversò il parcheggio lentamente.

Sentiva il rumore delle sue scarpe sull’asfal­to come una cosa separata dal resto.

Lui era lì, seduto sul marciapiede.

Col suo berretto.

Quando la vide arrivare non fece nulla.

Solo si fermò a fissarla.

«Ehi,» disse lei.

«Ehi.»

Silenzio breve.

Uno di quelli che non chiedono permesso.

Il ragazzo con le fossette li guardò dall’ingresso del locale, poi tornò a parlare con qualcun altro.

Come se non fosse una scena interessante.

E in un certo senso non lo era.

O lo era troppo.

«Ti ho stressato, vero, con tutti quei messaggi?» disse Greta all’improvviso.

Lui la guardò.

«Un po’.»

Greta annuì.

Non sapeva perché lo aveva fatto.

Non era una domanda vera.

Era più un modo per avvicinarsi senza dire quello che stava davvero pensando.

Che lui, per due anni, non aveva mai chiesto niente.

Non una spiegazione.

Non una definizione.

Non un motivo.

Aveva solo risposto quando succedeva.

O non risposto.

E basta.

Greta lo guardò meglio.

Non era cambiato davvero.

Solo… era come se adesso avesse un peso diverso nello spazio.

Non più uno che si sfila.

Ma uno che resta.

E quella cosa le dava fastidio e calma insieme.

«Perché sei venuta con noi, stasera?»

Lei ci pensò.

Non troppo.

Non abbastanza da inventare una risposta buona.

«Non lo so,» disse, «mi andava di uscire.»

Lui annuì.

Come se bastasse.

«Ho sentito dire che vuoi andare a Londra,» ripre­se poi.

Greta non rispose. Si limitò a stuzzicare con la scarpa una falena morente.

«E tu? Andrai all’Uni?»

«Certo: conservazione dei beni culturali...»

Valentina da lontano la chiamò.

«Gre! Andiamo o restiamo?»

Greta fece un cenno indecifrabile.

Poi guardò lui.

Il berretto.

Le gambe incrociate, mani sulle ginocchia.

La postura un po’ chiusa ma non più difensiva.

E improvvisamente le tornò in mente una cosa semplice: tutti quei messaggi – due anni, not­te e giorno – scritti senza sapere il perché.

Non per ottenere qualcosa.

Forse solo per vedere se lui rimaneva lì.

Se non spariva.

Greta gli sedette accanto.

Non ci pensò molto.

Non abbastanza da renderla una scelta importante.

Con la mano voltò il suo viso e lo baciò.

Non fu veloce.

Ma nemmeno complesso.

Lui all’inizio non si mosse.

Poi rispose.

Come se la cosa richiedesse un secondo per arrivargli addosso.

Le sue mani rimasero ferme.

Poi una si sollevò appena, senza trovare un posto.

Quando si staccarono, lui la guardò serio.

Non sembrava felice.

Non sembrava sorpreso.

Sembrava solo completo.

«Bene?» disse.

Greta annuì.

«Sì.»

Non aggiunsero altro.

Perché non c’era niente da sistemare in quel­la frase.

Valentina arrivò poco dopo.

«Ah ok,» disse guardandoli.

Non fece domande.

Era il tipo di serata in cui le domande sem­bravano già obsolete mentre stavano per essere formulate.

Sulla strada del ritorno, la macchina era silenziosa.

Il ragazzo con le fossette parlava ancora ogni tanto, ma meno.

Il berretto guidava senza dire nulla.

Greta guardava fuori dal finestrino.

Le luci della periferia scorrevano come cose lontane.

Per la prima volta quella sera pensò chiara­mente, senza riuscire a evitarlo: si sarebbe iscritta all’università.

Non era sicura di aver fatto la scelta giusta.

Ma nemmeno di averla fatta sbagliata.

Sapeva solo di aver fatto una scelta.

E quella era già una gran cosa.

Una notte al Mondo Blu testo di ele_rubi
1

Suggeriti da ele_rubi


Alcuni articoli dal suo scaffale
Vai allo scaffale di ele_rubi